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La Peer Education come processo di prevenzione al gioco d’azzardo

La Peer Education come processo di prevenzione al gioco d’azzardo

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Le “coordinate” della peer education

L’incontenibile diffusione del gioco d’azzardo impone di pensare a forme di prevenzione che tutelino i più giovani e anche i minori dai rischi di questa pratica, in particolare è necessario tener presente l’offerta sempre più variegata e multicanale che ricerca clienti anche giovanissimi (scommesse on line, videogiochi a pagamento ecc.).

Un aiuto a questa ricerca può arrivare dalle esperienze di peer education che, come riconosciuto da più parti, possono rappresentare un efficace mezzo di prevenzione.

Infatti negli ultimi anni si è assistito a un forte sviluppo di progetti che richiamano pratiche di peer education, tuttavia la forte diffusione di questa pratica rischia di favorire una sorta di effetto “svuotamento”, dove tutte le iniziative di gruppo con gli adolescenti prendono il nome di peer education, prescindendo da modalità e obiettivi.

La peer education è una strategia di lavoro che si rifà agli approcci di comunità e che si inserisce in un progetto socio-educativo più ampio rispetto agli interventi di prevenzione tradizionali, finalizzati a “mettere in guardia da qualcosa” – sostanze, rischi o disagio che sia – ponendosi come obiettivo ultimo la promozione umana ed il cambiamento sociale attraverso la partecipazione attiva e consapevole degli adolescenti nella scuola e nel territorio.

La peer education non si accontenta, infatti, di fornire delle nozioni tecniche che verranno riportate a cascata ai propri pari, ma mira a fornire nuovi strumenti intellettuali di analisi e riflessione, non finalizzati all’indottrinamento bensì alla promozione del pensiero critico. Gli obiettivi ultimi della peer education dovrebbero riguardare, infatti, la rifondazione e la riattivazione del gruppo dei pari su basi solidaristiche e partecipative (cfr. Croce, Gnemmi 2003).

 

Dentro la peer education: la formazione dei peer

La peer education non diviene quindi solo addestramento al fare e al comunicare meglio di quanto farebbero gli adulti: presuppone un processo di formazione esperienziale ma in parte anche teorica, e solo attraverso questa condivisione critica e pratica di contenuti teorici il peer può in seguito esercitare una reale autonomia. Risulta inoltre sensato e indispensabile, che in un contesto educativo appropriato, adolescenti e adulti riconoscano reciprocamente ruoli e compiti di ciascuno, senza prevaricazioni o deleghe in bianco.

L’altro aspetto rilevante nel determinare il processo di peer education è senza dubbio, l’approccio effettivo utilizzato nel lavoro sul gruppo in generale e sul gruppo classe in particolare. La formazione deve dare la possibilità al peer educator di non riproporre dinamiche di tipo adulto; ossia una formazione che punta molto sui contenuti e poco sulle tecniche di animazione/comunicazione obbligherebbe i peer ad imitare i momenti didattici degli insegnanti o degli esperti.

Ai peer spetta quindi il compito di favorire l’apprendimento emotivo attraverso la discussione nel gruppo dei pari. La scelta di un comportamento piuttosto che un altro non deriva, infatti, da scelte meramente razionali ed individuali, ma dal confronto emotivo e per certi versi “inconscio” con il gruppo dei pari che è quello che favorisce/determina, oppure no, la legittimità di certi comportamenti.

Queste elaborazioni non possono essere prodotto sulla base delle logiche tradizionali “io so-tu non sai”, ma al contrario si sviluppano con l’uso di tecniche socio-animative come i giochi di ruolo, il brain storming, e il focus group.

In definitiva, i peer educator assumono un ruolo di facilitatori della comunicazione tra pari, ed è sulle capacità di gestire e agevolare lo scambio comunicativo che deve basarsi la loro formazione.

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